Ci piace lavorare! Ma a quale prezzo ?

Donne e lavoro, una strada ancora in salita

UN CASO VIRTUOSO

È entrata in vigore in Islanda, all’inizio di quest’anno, una legge, proposta lo scorso marzo, che sancisce la parità di salario. Infatti, le aziende e gli uffici pubblici con più di 25 dipendenti saranno ora tenuti a pagare allo stesso modo donne e uomini che svolgono la stessa mansione, pena il pagamento di sanzioni che si aggirano intorno ai 400€ per ogni giorno in cui la parità salariale non sarà rispettata. Con questa nuova legge, il governo islandese ha promesso di eliminare completamente la disparità salariale sulla base del genere entro il 2022. Il Paese aveva già una legge ad hoc, ma non sono mancati negli anni casi di disparità.

Come riportato da “Il Post”, permangono tuttavia dubbi, tra gli esperti, riguardo all’effettiva funzionalità della legge che, applicata in contesti nazionali diversi, dove il discorso sulle pari opportunità risulta meno sviluppato (come in Italia), potrebbe portare a risultati diametralmente opposti.

L’ITALIA AI TEMPI DELLA CRISI

È bene ricordare, che anche in Italia la legge prevede la parità retributiva tra uomini e donne ma nei fatti il divario persiste. Le disuguaglianze di genere in ambito lavorativo non riguardano, però, solo i salari, bensì comprendono la persistenza di stereotipi, spesso occultati o sminuiti riguardo alle professioni che le donne possono o devono svolgere, l’accesso al mercato del lavoro e la scarsa presenza di servizi volti a conciliare vita professionale e famigliare, aggravati anche dalla limitata o nulla condivisione del carico di lavoro domestico e di cura con il partner.

Questa situazione rende perciò, per le donne, più difficile riuscire ad accedere a posizioni di vertice nelle loro carriere, non riuscendo così a rompere il cosiddetto “soffitto di cristallo” (Wickwire e Kruper, 1996) e, arrivate in posizioni apicali, è per loro più facile, rispetto agli uomini, precipitare verso gradini inferiori.

Dall’analisi di uno studio pubblicato dalla Regione Piemonte, si evince che la crisi economica del 2008 ha colpito in modo subdolo l’occupazione femminile, non solo per quanto riguarda la perdita del lavoro, ma anche nelle formule contrattuali, nei regimi orari e nella qualità dell’occupazione. Nonostante a perdere il lavoro siano stati soprattutto uomini (in quanto la crisi ha interessato in particolare i settori manifatturiero, edilizio e dei trasporti), anche i settori della Pubblica Amministrazione, dell’Istruzione e dei servizi, ambiti nei quali prevale l’occupazione femminile, hanno subito un modesto ridimensionamento, non rimpiazzando le uscite per pensionamento o coprendole con contratti precari. Inoltre, in seguito all’erosione dei redditi familiari complessivi, molte donne si sono ritrovate costrette a compensare con occupazioni poco protette e dequalificate, pur senza abbandonare o, al massimo, delegando il lavoro di cura e domestico.

È importante sottolineare che le formule contrattuali applicate alle donne spesso non sono quelle a cui ambiscono, accontentandosi di part time involontari e occupazioni tempo determinato. Un altro fenomeno in aumento riguarda, inoltre, coloro che, dopo aver cercato invano un’occupazione per anni, hanno smesso e si sono rassegnate a non entrare nel mercato del lavoro (c.d. lavoratrici scoraggiate).

Il tasso di occupazione, può essere disaggregato in base a fasce d’età. Se le donne tra 35 e 49 anni sono riuscite, complessivamente, a mantenere costante la loro posizione, quelle più giovani risentono maggiormente degli “effetti crisi” riscontrando più difficoltà al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro, anche a causa della “decisione maternità”.

Viceversa, le donne più anziane (50+) mostrano un leggero incremento nel tasso di occupazione, dato dal fatto che, avendo assolto al più pressante compito di cura dei figli, possono più facilmente rimettersi in gioco, tanto in uno scenario la cui riforma del sistema pensionistico ha spostato significativamente in avanti la data dell’uscita definitiva; cosicché  anche le over 50enni hanno un aspettativa di vita lavorativa discretamente lunga.

E NOI PIEMONTESI?

Il tasso di occupazione del Piemonte, mostra un visibile ritardo sulla media del nord e i redditi dichiarati, così come il PIL pro capite risultano i più bassi dell’area. Vengono così confermate le tendenze in atto in Italia e la persistenza di una serie di penalizzazioni di genere come la difficoltà maggiore per le giovani donne, considerate dai datori di lavoro “a rischio maternità”, di entrare nel mercato del lavoro, rispetto ai loro coetanei maschi o alle donne più anziane.

Questo rischio si assottiglia in presenza di titoli di studio cosiddetti “terziari” (lauree, titoli di studio post-diploma…) ma comunque non si azzera. Infatti, i livelli di scolarizzazione risentono dell’effetto coorte , vale a dire che a seguito delle riforme della scuola e all’introduzione dell’età dell’obbligo scolastico, le generazioni più giovani sviluppano credenziali educative maggiori dei loro predecessori ma, ciononostante, rimangono più penalizzate all’ingresso del mercato del lavoro.

In Piemonte, le categorie più colpite dalla crisi sono state, in prima battuta quella operaia (specializzata e non), con una vera e propria emorragia di posti di lavoro al femminile nel 2013 (settore tessile, delle assicurazioni e dei servizi alle imprese), seguite da coloro che posseggono un titolo di studio e svolgono professioni tecniche ad elevata specializzazione e professioni impiegatizie. Quest’ultimo dato smentirebbe in parte l’effetto protettivo svolto dalle credenziali educative di alto livello. Inoltre, una sempre maggiore scarsità dei contratti protetti permette un aumento dei rischi e delle insicurezze a cui viene esposto un lavoratore temporaneo, in cui le donne registrano un leggero svantaggio, dato che circa il 4% in più, rispetto agli uomini, è occupata con formule contrattuali “non standard”.

GLI ULTIMI DATI

Secondo i dati ISTAT aggiornati a giugno 2017, le donne che lavorano oggi in Italia sono nuovamente cresciute, con una media nazionale del 48,8% ed “è il dato più alto da quando sono cominciate le serie storiche dell’ISTAT (1977)”.

Questo dato, conferma, però, che ne risulta beneficiaria la fascia delle cosiddette lavoratrici anziane (55-64 anni); mentre rimangono in situazioni più precarie le generazioni più giovani.

La sociologa Chiara Saraceno, su Repubblica, in seguito alla pubblicazione di questi risultati, ha commentato:

A fare aumentare l’occupazione femminile è  stata la riforma Fornero, nella misura in cui, alzando l’età e i requisiti per andare in pensione, ha fatto crescere l’occupazione delle lavoratrici in età anziana in misura molto maggiore di quanto non sia avvenuto per i lavoratori maschi, stante che la modifica nell’età pensionabile è stata maggiore per le donne, in particolare nel settore privato”.

In conclusione, è bene sottolineare che, oltre ad essere ormai assodato che sia necessario favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro per rispondere a principi di pari opportunità e di uguaglianza di genere, il lavoro delle donne (Del Boca, Mencarini, Pasqua; 2012) fa crescere l’economia e crea un circolo virtuoso: se più donne lavorassero, contribuirebbero alla sostenibilità del sistema pensionistico, accrescerebbero il reddito familiare e il PIL e incrementerebbero consumi e nuovi posti di lavoro.

Sono necessarie, a questo proposito, politiche di conciliazione che agevolino le donne, ancora imbrigliate nel doppio ruolo di lavoratrici e madri, e nuove buone pratiche che smentiscano lo stereotipo, ancora vigente, dell’uomo breadwinner e della donna come unica care giver della famiglia.

 

Francesca Prandi

GD Alba

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *