Fermeremo il consumo di suolo?

Nelle ultime decadi il tasso di suolo perso in Europa è cresciuto più del doppio rispetto alla popolazione.


Il suolo è una risorsa limitata i cui tempi di formazione sono generalmente molto lunghi, ma che può essere distrutto fisicamente in tempi molto brevi o alterato chimicamente e biologicamente, sino alla perdita delle proprie funzioni. Componente chiave delle risorse fondiarie dello sviluppo agricolo e della sostenibilità ecologica, il suolo costituisce la base della produzione di cibo, foraggio, carburante e fibre.

Il consumo di suolo è un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale. Il fenomeno si riferisce, quindi, a un incremento della copertura artificiale di terreno, legato alle dinamiche insediative e infrastrutturali. Un processo prevalentemente dovuto alla costruzione di nuovi edifici, fabbricati e insediamenti, all’espansione delle città, alla densificazione o alla conversione di terreno entro un’area urbana, all’infrastrutturazione del territorio. Il consumo di suolo, in sostanza, viene definito come una variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato).

L’impermeabilizzazione rappresenta la principale causa di degrado del suolo in Europa, in quanto comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce ai cambiamenti climatici, minaccia la biodiversità, provoca la perdita di terreni agricoli fertili e aree naturali e seminaturali, contribuisce -in concomitanza con la diffusione urbana- alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio, soprattutto rurale.

Il quadro conoscitivo sul consumo di suolo nel nostro Paese è disponibile grazie ai dati aggiornati al 2016 da parte del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) e, in particolare, della cartografia prodotta dalla rete dei referenti per il monitoraggio del territorio e del consumo di suolo del SNPA, formata da ISPRA e dalle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente delle Regioni e delle Province autonome. Purtroppo, il consumo di suolo in Italia continua a crescere, pur segnando un importante rallentamento negli ultimi anni, che viene confermato dai dati più recenti relativi ai primi mesi del 2016. Nel periodo compreso tra novembre 2015 e maggio 2016 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 50 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, poco meno di 30 ettari al giorno. Ciò significa una velocità di trasformazione di più di 3 metri quadrati di suolo irreversibilmente persi ogni secondo. Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo degli anni 2000, il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo) si è consolidato negli ultimi anni (4 metri quadrati al secondo tra il 2013 e il 2015 e 3 metri quadrati al secondo nei primi mesi del 2016).

Pur con una velocità ridotta, tuttavia, il consumo di suolo continua a coprire irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità. I dati della nuova cartografia SNPA mostrano come, a livello nazionale, il consumo di suolo sia passato dal 2,7% stimato per gli anni ’50 al 7,6% del 2016, con un incremento di 4,9 punti percentuali e una crescita percentuale del 184% (e con un ulteriore 0,22% di incremento negli ultimi sei mesi analizzati). In termini assoluti, il consumo di suolo ha intaccato ormai 23.039 chilometri quadrati del nostro territorio.

Non solo in Italia, ma in tutto il mondo e specialmente in Europa, c’è un forte consumo di suolo. È infatti stimato che ogni anno in Europa viene definitivamente persa, in seguito a costruzioni di nuove infrastrutture e reti viarie, un’area di circa 1000 km2 , corrispondente più o meno alla superficie della città di Berlino.

Sebbene il suolo e il territorio siano riconosciuti come risorse vitali, nelle ultime decadi il tasso di suolo perso in Europa è cresciuto più del doppio rispetto all’incremento della popolazione (dati di EEA, 2016). Nel periodo 1990-2006, 19 Stati Membri hanno perso una potenziale capacità di produzione agricola pari complessivamente a 6,1 milioni di tonnellate di frumento, con grandi variazioni da una regione all’altra (dati di COM/2012/046 final).

Per contrastare questo problema, il Parlamento europeo ha emesso delle Direttive e Documenti rivolti a tutti i Paesi membri per ridurre l’eccessiva cementificazione e si è posto come limite il 2050, anno in cui il consumo netto di suolo deve essere pari a zero. Questo limite è stato poi imposto a livello mondiale durante la Conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a Rio de Janeiro nel 2012. La Conferenza di Rio ha sottolineato l’esigenza di un’azione incisiva per fermare il degrado dei suoli sempre più soggetti ad una incessante pressione da parte dell’agricoltura, del continuo fabbisogno energetico e dell’urbanizzazione (EEA, 2016) Tra gli obiettivi contenuti nel rapporto finale, “Il futuro che vogliamo”, sono indicati la protezione, la conservazione e il miglioramento delle risorse naturali, incluso il suolo. Il testo approvato invita i governi nazionali a intervenire per garantire che le decisioni relative all’uso del territorio, a tutti i livelli di pertinenza, tengano debitamente conto degli impatti ambientali, sociali ed economici che generano degrado del suolo.

Inoltre, viene esplicitamente dichiarata l’importanza di invertire questi processi e di raggiungere l’obiettivo di un “land degradation neutral world” attraverso una migliore gestione del territorio.
Ci auguriamo che la situazione, entro il 2050, cambi significativamente grazie all’azione dei governi, ma soprattutto grazie alla consapevolezza dei cittadini di una visione del suolo più come fonte di risorse e meno come base per l’edilizia.

Matteo Ramello
GD Alba

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