Storie che meritano di essere ascoltate e accolte

20 Giugno – Giornata Mondiale del Rifugiato.  Impedendo agli stranieri di entrare nel territorio si commetterebbe una violazione dei diritti umani fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

CHI É IL RIFUGIATO?

L’art.1 della Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei rifugiati del 1951, definisce la persona del rifugiato come colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova al di fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori dal paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra.”

L’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), ha reso pubbliche nei giorni scorsi le cifre attuali del numero di rifugiati presenti nel mondo, sostenendo che nel 2017 è stato raggiunto il picco di 68,5 milioni e ha sostenuto che le cause di questo incremento sono da ricercare nella guerra in Sud Sudan, nella crisi della Repubblica democratica del Congo e nella fuga in Bangladesh dei rifugiati rohingya.

GLI OBBLIGHI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE NEI CONFRONTI DEI RIFUGIATI

Il diritto internazionale consuetudinario non prevede limiti per quanto riguarda l’ammissione degli stranieri: in questa materia rivive la norma sulla sovranità territoriale la quale comporta la libertà dello Stato di stabilire la propria politica nel campo dell’immigrazione.

Lo Stato deve, però, dar la possibilità a colui che lo domanda, di dimostrare di avere i requisiti per richiedere lo status di rifugiato; poiché impedendo agli stranieri di entrare nel territorio, esso commetterebbe una violazione dei diritti umani fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Una volta concesso ciò, lo Stato è libero di attuare un processo di espulsione “quando la persona avente status di rifugiato venga considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede oppure costituisca, a causa di una condanna definitiva per un crimine o un delitto particolarmente grave, una minaccia per la collettività di detto paese” (art. 33 della Convenzione di Ginevra).

A questa pratica, non mancano però, limiti imposti da varie convenzioni internazionali. Ad esempio, l’espulsione non può avvenire con modalità “oltraggiose” nei confronti dell’espellendo; è vietato espellere o estradare una persona verso Paesi in cui questa rischia di essere sottoposta a tortura; devono essere rispettate la vita privata e familiare, quando l’espulsione comporta un’ingiustificata e sproporzionata rottura dell’unità familiare.

La stessa sopracitata Convenzione di Ginevra, sempre all’art. 33, enuncia il principio di non-refoulement (non respingimento) secondo cui il rifugiato non può essere espulso verso territori dove la sua vita o libertà sarebbe minacciata e ciò sempre che motivi attinenti alla sicurezza pubblica non lo richiedano. Questo principio si applica ormai in ogni caso in cui il rifugiato potrebbe essere sottoposto nel suo Paese, o in quello in cui rischia di essere inviato, a trattamenti che violino i principi fondamentali ed inalienabili della persona umana. È implicito nel principio di non-refoulement che al richiedente lo status di rifugiato vada accordato un lasso di tempo per dimostrare i motivi della richiesta. È pertanto da condannare la prassi, seguita per un certo periodo dal Governo Italiano, consistente nel respingere in alto mare stranieri che fuggivano dal loro Stato e di respingerli verso la Libia, Stato non vincolato dalla Convenzione.

Nell’ordinamento italiano manca una legge organica in materia, nonostante anche la Costituzione affermi che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge” (art. 10, comma 3). L’Italia si è comunque conformata alla Convenzione di Ginevra (per quanto riguarda lo status di rifugiato) e a quella di Dublino (che riguarda la determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati membri della Comunità europea).

PERCHÉ UNA GIORNATA DEL RIFUGIATO?

La Giornata mondiale del rifugiato è stata istituita nel 2000 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in occasione del 50° anniversario della Convenzione di Ginevra. Come ricordato durante la conferenza stampa tenuta a Roma dall’Unhcr lo scorso 30 maggio: “Questa giornata ha come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo che, costretti a fuggire da guerre e violenze, lasciano i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era parte della loro vita. E soprattutto invita a non dimenticare mai che dietro ognuno di loro c’è una storia che merita di essere ascoltata. Storie di sofferenze, di umiliazioni ma anche di chi è riuscito a ricostruire il proprio futuro, portando il proprio contributo alla società che lo ha accolto.”

A questo proposito, l’Unhcr ha promosso la campagna #WithRefugees che vuole dare visibilità alle espressioni di solidarietà verso i rifugiati, amplificando la voce di chi accoglie e rafforzando l’incontro tra le comunità locali e i rifugiati ed i richiedenti asilo.

Questa giornata può portarci a riflettere su come, al di là delle personali bandiere politiche, sia necessario un impegno comune, così come viene ricordato in una lettera firmata da oltre 30 sindaci di tutto il mondo che aderiscono alla rete di Città interculturali del Consiglio d’Europa: “Dobbiamo costruire la strada che condurrà chi oggi è rifugiato a essere domani un cittadino” e “adottare una visione politica che consideri in maniera seria l’integrazione”.

 

Francesca Prandi
GD Alba

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